Piove.

Piove lentamente e pesantemente sulle tegole, nella notte silenziosa. Il letto è ancora caldo. Me ne sto rannicchiata in un angolo, ad ascoltare il ritmo della pioggia, simile a quello del mio cuore. Il mio corpo ha mille segni di vita, chissà cosa racconterebbe ad uno sconosciuto. Chissà come un interprete potrebbe trasporlo in una lingua diversa, deprivandolo della sua natura originaria. Quello che importa è come lo vivo, come si lascia vivere. Le priorità pian piano si riallineano, come pianeti sfuggiti alla logica dell’universo. Lentamente il peso della mia esistenza si stabilizza nel centro del mio corpo e apre il respiro. Il petto si espande e l’aria del cambiamento scivola dentro, inconsapevole e fresca. Mi avvolgo nel lenzuolo, mi lascio scivolare nel sonno come l’acqua sulle tegole. La solitudine è la mia condizione di equilibrio. Il tempo mi appartiene. Il mio corpo mi appartiene. Sento di esserci e di avere possibilità.

Da sola.

Presto rimarrò da sola, un mese di silenzio e solitudine. Stasera sarei dovuta andare a passeggio, ma ho scelto la solitudine. Non è mai abbastanza. Soprattutto in questo periodo. La sera è lattigginosa e afosa, io sono chiusa dietro le mie tende scure. Penso, penso a quel sentimento che tu stia uscendo con qualcuno, penso a te innamorato e non so che impressione mi faccia. Mi dico che è più che lecito, che è auspicabile, che è naturale le cose vadano così, che succederà anche a me. Ma non so cosa provo. Sono quasi spaventata da questa idea, sembra quasi mi tolga petali d’esistenza. Eppure in qualche modo la desidero, come un segnale stradale lungo la strada che ti dice che hai imboccato l’uscita giusta. Non mi oso chiedertelo, ma lo sento, da qualche parte, dentro di me. Come sento brulicare l’anulare della mano sinistra quando mi innamoro. Mi manca quella sensazione. Mi faceva paura, all’inizio. Poi invece mi sentivo così viva quando aspettandoti sentivo quell’intorpidimento frizzante. Sono consapevole di quanto sia brutto a dirsi, soprattutto a 24 anni, ma ho la sensazione che rimarrò sola e relegata in questo tempo e in questo spazio.

Fallimento.

Me ne sto qui con il mio caffè ed è tardi. Il suo profumo intenso e accomodante si sparge per la stanza, contrastando con l’odore fresco della sera temporalesca. Dentro casa si soffoca, sono io che soffoco, boccheggio senz’aria alla ricerca dell’ispirazione necessaria per terminale l’indice ragionato della tesi. Mi accompagnano dei taralli e una bottiglia d’acqua. Intorno c’è un moderato ordine, qualche articolo e qualche penna rimangono abbandonati sulla scrivania e vorrei prendessero vita, portando avanti il lavoro al posto mio.

Vorrei solo dormire. Dormire è l’esigenza più intima di questo periodo della mia vita. Non so se per dimenticare o per rigenerare. Vorrei fosse primavera, una di quelle primavere fresche e dolci, con l’erba soffice e i primi fiori lievemente profumati, con gli uccelli che ancora timidi cantano sugli alberi. Vorrei solo chiudere gli occhi e lasciare il tempo passare sul mio viso come il sole tra le foglie appena germogliate.

Vorrei vorrei vorrei. Ho sempre scritto di quello che vorrei. Mai verbi d’azione, sempre verbi di desiderio, sospesi in quello spazio di possibilità indefinita dove non mi piace stare. Eppure l’impotenza appresa mi ci relega. Lentamente, come un animale immenso, qualche parte del mio corpo inizia a scuotersi nel tentativo di liberarsi dall’impotenza, dal passato, dai pesi, che giacciono come uccelli parassitari sulla schiena di questo immenso animale, grigio e rallentato.

Mi sono sentita un fallimento di fronte a tutti gli altri. Di fronte alla laurea, agli amici, al fidanzato degli altri. Mi sono detta che i miei sogni non valgono niente. Lo vedo sempre più che tutte queste affermazioni malefiche se ne stanno nella mia testa. Mi sembra di sentirle sempre più distaccate, se chiudo gli occhi vedo davvero pezzi di materia grigia che si staccano, rettangoli indefiniti dei miei limiti. Non hanno proprio la consistenza che dovrebbero avere ma non importa. Forse è importante si stacchino e basta. Così finalmente posso vederli da fuori e capire che non mi definiscono e che sono ben più di quei cubetti grigi e gommosi. Forse finalmente riesco ad avvicinarmi alla sensazione di completezza che deriva dal bastarsi da soli. Sembra quasi più dolce anche il caffè.

Guidare.

Uscita dal lavoro salgo in macchina e guido. Guido verso casa, su strade spesso deserte, buie e desolate. Il granturco è alto, forma muri ai lati dell’asfalto, non me ne sento limitata. Mi sembra una strada cresciuta apposta per me, non devo fare altro che percorrerla, con sopra un cielo intarsiato di stelle.

Tu sei in tutte le cose, in quel ristorante dove ora lavoro, dove siamo usciti per la prima volta. Nelle colline fresce e silenziose che lentamente divengo Alpi blu e maestose. Nelle luci soffuse in lontananza, nella brezza estiva, nelle lucciole tra i fili d’erba, sul bordo della strada. Lo sento dolce, tutto questo. Sorrido, lievemente nostalgica. Alle volte è pungente e, in qualche parte di me, quando l’ago entra escono lacrime lente e bollenti che mi lasciano ancora vedere la strada.

Sembra fuori dal mondo che sia tutto finito e la mia mente continua a selezionare momenti incredibili, per ogni categoria umanamente vivibile, come se volesse essere sicura di non perderli. Non si perderanno, non si perderanno mai. Ancora non riesco a concepirne di nuovi che possano avere la stessa ricchezza.

La vita è un’arcano.

La vita è un’arcano. La risposta che sembrava giusta è sbagliata. Il risvolto di una scelta è inaspettata. Dietro ad un tentativo di riparazione si nasconde una frattura. La frattura è materia che si spezza, legno, ceramica, carne, le corde del cuore. Dalla frattura entra la luce e possiamo farci i conti. I conti non sono mai facili. Per risistemare il tutto ci vuole sempre più fatica e più attenzione. Ricominciare da capo è facile, sembra facile, ma non è possibile. Per rimettere insieme i frammenti è necessaria comprensione, accettazione, rispetto. Perdono. Il perdono è la parte più difficile per me. Ho sempre la sensazione di aver sbagliato qualcosa. Ho sempre la sensazione che sia colpa mia. E navigo indietro, cercando risposte, cercando gli errori, cercando le parole taglienti, le parole che non avrei dovuto proferire, gli atti che non avrei dovuto compiere. Ma è una strada non percorribile. E posso trovare tutto o niente, ma comunque nulla può cambiare. Allora scelgo di provare a non farlo più,  scelgo di riporre con cura gli indelebili momenti inframmezzati fra noi due. Riporli con cura in un posto che sono io, al sicuro, attorniata da cose che mi rassicurano e mi rasserenano. Posso essere sola in questo posto che tu hai potuto vedere, posso lasciar entrare la luce da questo spiraglio, posso piangere con accettazione e senza soffocare, pacatamente, come fossi pioggia. Posso tornare. Posso restare.

La sospensione.

La sospensione non è il mio punto forte. Forse sono priva di capacità negativa. Forse è la mia insicurezza a farsi sentire indefinita tra due posizioni. Non ho tempo e il tempo che ho lo lascio andare, ondeggia in un turbinio di sogni interrotti, fastidiosi come il ronzare di una zanzara. La notte mi rigiro nel letto infinite volte, il lenzuolo è una rete sottile, sono un pesce impigliato che tenta finchè a forza, non ha concezione del tempo e ogni sforzo è infinito. Ogni sforzo persiste finchè c’è ossigeno. Non so più scrivere, non so più fare molto. Persisto ad esistere, fare ciò che devo fare, come lo devo fare. Lavoro ad una tesi che sto odiando, perchè in alcun modo non parla di me. Rimane solo un obbligo accademico, che porto avanti con la mia solita perseveranza e con il mio solito senso del dovere. Senso del dovere. Quante volte ne sono stata sommersa, facendo più del dovuto, facendo il lavoro di altri, faticando per altri, per poi vedere riconosciuta solo la mia parte. L’egoismo non mi appartiene e, anche quando lo esigo, mi sento quasi in colpa. Devo andare avanti. In questo momento sento solo fatica. La notte, quando le nuvole non si vedono più, si sente ancora la pioggia, le nuvole tornano nei miei ricordi, la fatica persiste. Domani è un altro giorno che non sarà per me. Domani è un altro giorno in cui lavorare, in cui studiare e siglare protocolli. Le ore sono slides riassunte, capitoli terminati, pizze portate al tavolo, caffè, piatti lavati, sedie alzate sul tavolo, pavimenti lavati, sei o sette ore di sonno, appunti e penne consumate. In tutto questo c’è qualche spiraglio di luce, ogni tanto, fasci obliqui che scendono tra le nuvole, fendenole come lame di luce. In tutto questo ogni tanto mi riscopro donna, riscopro un corpo, riscopro una mente affamata. Anche se spesso mi sento sola. Forse è il giusto passo, riscoprirsi da soli per poi potersi condividere.

Primavera.

Mi fa male il cuore nel petto, se ne sta lì pesante e opprimente. Alle volte mi dimentico, la maggior parte delle volte la vita preme dall’interno. Sembra finalmente primavera, al ristorante hanno messo il dehor. Quel ristorante, il nostro ristorante. Quando uscivamo ci aspettavano le montagne, le luci sfocate e l’aria fresca della collina. Ogni sera ci passo attraverso, sembra un torrente di ricordi, solo dolci ma alle volte gelati, come l’acqua di montagna. Oscillo tra la tranquillità che questa pausa ci faccia bene e il senso di fallimento. Annaspo nella fatica di una posizione intermedia. Hai ragione, non so stare nel mezzo. Voglio solo duri il meno possibile, qualsiasi cosa accada. Voglio solo stare nel mezzo il meno possibile. Questo è il timore della mia vita. Stare nel mezzo. L’aria è piena di polline, polline aguzzo contro i miei occhi doloranti. La notte è piena di ricordi e di speranze, il giorno è pieno di ricordi e di timori. Sono un pendolo in modo perpetuo, non c’è gravità, non ci sono interferenze, non ci sono attriti. Ho chiuso gli occhi l’altra notte e immaginato la possibilità della mia vita in solitudine. Mi sono sentita un po’ più adulta. Ma quando mi hai detto che vuoi fermarti, mi sono sentita un po’ più sola.