Sedici.

Il cielo è ancora indeciso, non sa se far nevicare o meno. Mi sento rifiutata e cnompresa, con un sottofondo di consapevolezza e accettazione di cosa sono. Domani torno a casa e ai doveri, forse con qualcosa di diverso dentro. Un grande silenzio di attesa per qualcosa che verrà. I cancelli rimangono silenziosi, le strade vuote, non c’è nessuna intraprendenza verso di me. Dovrò essere vissuta in solitudine? Sono agitata per la partenza.

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Diciassette.

Il cappotto e il cappello nella cassetta di plastica. Il cameriere che ti gira intorno e ti guarda, sorridendo compiaciuto mentre si allontana. Il tavolo centrale e il vuoto intorno. Il caffè caldo e confortante. Le nubi attraversate. L’attesa. I biglietti. L’aspirina. La libreria con le luci spente. La pioggia leggera sui vetri dell’autobus. Un programma radiofonico caldo, le canzoni scelte sul tema “hidden” sono tutte canzoni d’amore. La lucentezza delle strade della città. La nebbia ad altezza d’uomo. I banchi del mercato vuoti a mezzanotte. La corsa di due bici con il semaforo rosso. I vestiti scomodi. La notte sorda e priva di coscienza.

Ricorderò.

Ricorderò per sempre quello sguardo. La luce che confonde i contorni e amplifica il centro. Il tramonto gelido, il vento che sospinge, quel sorriso sembrava quasi una promessa. Ho il timore sia solo mia speranza, un brivido si appoggia alle mie spalle a questo pensiero. Pur sempre dolce. La condivisione tacita. Il silenzio denso e apprezzato.

Autunno.

Mangio l’uva arrampicata al cancello. La spremo tra le dita e lascio cadere la buccia. Le dita si bagnano e le sfere di dolcezza sembrano caramelle. É la dolcezza dell’infanzia felice, scivola via troppo in fretta e rimane sulle labbra la polvere del tempo passato. Scelgo la più scura ed esposta al sole, è ancora tiepida dentro la mia bocca, vibrante come il cielo d’autunno. Il tempo sembra scorrere più lento e calmo, scandito da un sole luminoso, da qualche gallo che canta in lontananza, il pigolio della natura nelle mie orecchie è sempre stato soporifero e sano, in grado di distendere i nervi più tesi. Il mio cuore batte all’impazzata ultimamente, sembra mi stia innamorando della vita e ogni evento sembra accadere per la prima volta. La pioggia, le nubi, il vento, le foglie, tutto mi porta ad un’esperienza nuova, i miei occhi neonati divorano il mondo. Ho talmente tante cose da fare che devo concentrarmi sulla quotidianità, per non farmi rincorrere dall’ansia. L’ansia che ultimamente mi manda fuori focus, ma mi sento una brava oculista e lentamente, con pazienza, mi faccio scorrere davanti agli occhi tutte le lenti, per trovare quelle che si adattano meglio. L’autunno sembra essere la preparazione alla rinascita.

Densità.

I pensieri sono densi come il cielo nuvoloso di fine agosto. Non ci sono stelle, solo un’oscurità che si potrebbe affettare. Brividi di fresco mi riempono, seduta alla mia scrivania, sommersa da doveri incorrisposti, impilati materialmente sotto forma di libri. Il fresco è quello di un’estate che finalmente lascia posto all’autunno. Questa estate che per me non è esistita, è stata solo solitudine, circondata da alto granturco, fatica, stanchezza, minuti di sonno morsicati con violenza dal passare del tempo troppo veloce. Estate di crescita dolorosa, un lungo parto di una personalità più coesa. E la solitudine ne è stata la condizione necessaria. Mi capita di pensarti con nostalgia. Certe volte, quando i ricordi sono rievocati da più di un senso. Quando c’è un odore che abbiamo vissuto insieme, un momento del giorno. Penso a tutta quella felicità, a quei frammenti di anima che si sono distaccati danzando nel vento. Ci penso e, anche se non sono più innamorata di te, più ci penso più non capisco dove possano essere finiti. Come è stato possibile che tutto si sia consumato, mi stupisco, sono sbalordita. Non mi manchi tu. Mi manca il sentirmi così. Pienamente appagata. Con una esistenza talmente piena da farmi sentire di essere immortale, di non esistere in questo mondo ma da qualche altra parte, senza spazio, senza tempo. Mi guardo, certe volte mi sembra di essere autistica, l’amore lo ricordo ma non lo capisco. Mi sembra inafferrabile, mi sembra che qualcosa si sia rotto tra me e gli uomini. Sono tornate tante cose. Sono di nuovo affamata dalla bellezza del mondo, sono di nuovo comoda nel mio corpo, sono di nuovo in grado di commuovermi per le foglie che ingialliscono, per le nuvole, per il vento, per qualsiasi cosa. Mi chiedo se quella sensazione ritornerà. Se saprò incontrare qualcuno. Forse è troppo tardi per chiedersi tutte queste cose.

Piove.

Piove lentamente e pesantemente sulle tegole, nella notte silenziosa. Il letto è ancora caldo. Me ne sto rannicchiata in un angolo, ad ascoltare il ritmo della pioggia, simile a quello del mio cuore. Il mio corpo ha mille segni di vita, chissà cosa racconterebbe ad uno sconosciuto. Chissà come un interprete potrebbe trasporlo in una lingua diversa, deprivandolo della sua natura originaria. Quello che importa è come lo vivo, come si lascia vivere. Le priorità pian piano si riallineano, come pianeti sfuggiti alla logica dell’universo. Lentamente il peso della mia esistenza si stabilizza nel centro del mio corpo e apre il respiro. Il petto si espande e l’aria del cambiamento scivola dentro, inconsapevole e fresca. Mi avvolgo nel lenzuolo, mi lascio scivolare nel sonno come l’acqua sulle tegole. La solitudine è la mia condizione di equilibrio. Il tempo mi appartiene. Il mio corpo mi appartiene. Sento di esserci e di avere possibilità.

Da sola.

Presto rimarrò da sola, un mese di silenzio e solitudine. Stasera sarei dovuta andare a passeggio, ma ho scelto la solitudine. Non è mai abbastanza. Soprattutto in questo periodo. La sera è lattigginosa e afosa, io sono chiusa dietro le mie tende scure. Penso, penso a quel sentimento che tu stia uscendo con qualcuno, penso a te innamorato e non so che impressione mi faccia. Mi dico che è più che lecito, che è auspicabile, che è naturale le cose vadano così, che succederà anche a me. Ma non so cosa provo. Sono quasi spaventata da questa idea, sembra quasi mi tolga petali d’esistenza. Eppure in qualche modo la desidero, come un segnale stradale lungo la strada che ti dice che hai imboccato l’uscita giusta. Non mi oso chiedertelo, ma lo sento, da qualche parte, dentro di me. Come sento brulicare l’anulare della mano sinistra quando mi innamoro. Mi manca quella sensazione. Mi faceva paura, all’inizio. Poi invece mi sentivo così viva quando aspettandoti sentivo quell’intorpidimento frizzante. Sono consapevole di quanto sia brutto a dirsi, soprattutto a 24 anni, ma ho la sensazione che rimarrò sola e relegata in questo tempo e in questo spazio.