Sedici.

Il cielo è ancora indeciso, non sa se far nevicare o meno. Mi sento rifiutata e cnompresa, con un sottofondo di consapevolezza e accettazione di cosa sono. Domani torno a casa e ai doveri, forse con qualcosa di diverso dentro. Un grande silenzio di attesa per qualcosa che verrà. I cancelli rimangono silenziosi, le strade vuote, non c’è nessuna intraprendenza verso di me. Dovrò essere vissuta in solitudine? Sono agitata per la partenza.

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Diciassette.

Il cappotto e il cappello nella cassetta di plastica. Il cameriere che ti gira intorno e ti guarda, sorridendo compiaciuto mentre si allontana. Il tavolo centrale e il vuoto intorno. Il caffè caldo e confortante. Le nubi attraversate. L’attesa. I biglietti. L’aspirina. La libreria con le luci spente. La pioggia leggera sui vetri dell’autobus. Un programma radiofonico caldo, le canzoni scelte sul tema “hidden” sono tutte canzoni d’amore. La lucentezza delle strade della città. La nebbia ad altezza d’uomo. I banchi del mercato vuoti a mezzanotte. La corsa di due bici con il semaforo rosso. I vestiti scomodi. La notte sorda e priva di coscienza.

Ricorderò.

Ricorderò per sempre quello sguardo. La luce che confonde i contorni e amplifica il centro. Il tramonto gelido, il vento che sospinge, quel sorriso sembrava quasi una promessa. Ho il timore sia solo mia speranza, un brivido si appoggia alle mie spalle a questo pensiero. Pur sempre dolce. La condivisione tacita. Il silenzio denso e apprezzato.

Il coraggio di scegliere.

E il coraggio di scegliere la solitudine. La solitudine intesa come il proprio spazio personale, il proprio nido sicuro, privo di giudizio. Il mio spazio non è mai stato privo di giudizio. L’ho farcito di anni ed anni di esperienze negative, rimuginate fino a diventare indistinguibili. Ho fatto in modo formassero muri compatti, divenuti labirinti per la mia mente e per il mio corpo. Ora mi sento impenetrabile nel mio spazio personale, libera di sbagliare e correggermi. Nessun errore è mortale. Voglio lasciarmi lontano tutte quelle voci, reali o immaginate o sul confine, che mi ripetono che non ce la farò. Posso prendermi la responsabilità della mia vita, della mia carriera accademica, delle mie scelte lavorative. Posso prendermi la responsabilità dei miei sogni. Tirando le somme, sono la sola che suda per quei sogni. Anche se sarebbe più consigliato scegliere quel dottorato, quel tirocinio assicurato rispetto ad altri 6 anni di università che Dio solo sa come pagherai. Pensaci bene, mi dicono. Pondera bene. Ho sempre ponderato, sapendo in anticipo che l’alternativa sulla quale sarebbe ricaduta la scelta sarebbe stata quella che gli altri si aspettavano da me. Sembra tanto banale ma per una volta vorrei seguire il mio cuore, pensando a me stessa e a quello che voglio fare per tutta la vita.

Densità.

I pensieri sono densi come il cielo nuvoloso di fine agosto. Non ci sono stelle, solo un’oscurità che si potrebbe affettare. Brividi di fresco mi riempono, seduta alla mia scrivania, sommersa da doveri incorrisposti, impilati materialmente sotto forma di libri. Il fresco è quello di un’estate che finalmente lascia posto all’autunno. Questa estate che per me non è esistita, è stata solo solitudine, circondata da alto granturco, fatica, stanchezza, minuti di sonno morsicati con violenza dal passare del tempo troppo veloce. Estate di crescita dolorosa, un lungo parto di una personalità più coesa. E la solitudine ne è stata la condizione necessaria. Mi capita di pensarti con nostalgia. Certe volte, quando i ricordi sono rievocati da più di un senso. Quando c’è un odore che abbiamo vissuto insieme, un momento del giorno. Penso a tutta quella felicità, a quei frammenti di anima che si sono distaccati danzando nel vento. Ci penso e, anche se non sono più innamorata di te, più ci penso più non capisco dove possano essere finiti. Come è stato possibile che tutto si sia consumato, mi stupisco, sono sbalordita. Non mi manchi tu. Mi manca il sentirmi così. Pienamente appagata. Con una esistenza talmente piena da farmi sentire di essere immortale, di non esistere in questo mondo ma da qualche altra parte, senza spazio, senza tempo. Mi guardo, certe volte mi sembra di essere autistica, l’amore lo ricordo ma non lo capisco. Mi sembra inafferrabile, mi sembra che qualcosa si sia rotto tra me e gli uomini. Sono tornate tante cose. Sono di nuovo affamata dalla bellezza del mondo, sono di nuovo comoda nel mio corpo, sono di nuovo in grado di commuovermi per le foglie che ingialliscono, per le nuvole, per il vento, per qualsiasi cosa. Mi chiedo se quella sensazione ritornerà. Se saprò incontrare qualcuno. Forse è troppo tardi per chiedersi tutte queste cose.

La mia prima volta.

C’è silenzio intorno, la luce è spenta e il cielo si è oscurato, è cupo di pioggia. I tuoni lo oscurano anche di più, sono ancora lontani. Non mi preoccupo di nulla, il mio corpo rimane rilassato e allungato sul divano, gli occhi chiusi. Per la prima volta mi sembra di stare bene da sola. Potrei passarci la vita così, semplicemente facendo le cose che amo fare. Il mio corpo si sta ritarando. Tutte quelle paranoie sul peso, sull’aspetto, sono evaporate. Sento di vivere nuovamente in un corpo mio amico. Mi godo i sorrisi degli altri come fossero sole sul mio corpo. Sembra che anche gli altri si accorgano del mio corpo e del mio starci bene, oggi io e uno sconosciuto ci siamo scontrati in metropolitana e, ancora camminando, ci siamo voltati a guardarci e ci siamo sorrisi. Mi sto resettando, mi muovo, dormo e mangio e penso. Mi viene voglia di ballare, non c’è nessuno in casa. Mi viene voglia di uscire e starmene al sole e non mi importa di chi mi vedrà, di come mi vedrà. Ci sono io, nella cartolina di questa estate passata in solitudine, sdraiata su un prato, su una spiaggia, su una panchina, da qualsiasi parte. Ci sono io che sorrido beata alla vita. Ai cambiamenti. A me stessa.IMG-20160728-WA0021

Primavera.

Mi fa male il cuore nel petto, se ne sta lì pesante e opprimente. Alle volte mi dimentico, la maggior parte delle volte la vita preme dall’interno. Sembra finalmente primavera, al ristorante hanno messo il dehor. Quel ristorante, il nostro ristorante. Quando uscivamo ci aspettavano le montagne, le luci sfocate e l’aria fresca della collina. Ogni sera ci passo attraverso, sembra un torrente di ricordi, solo dolci ma alle volte gelati, come l’acqua di montagna. Oscillo tra la tranquillità che questa pausa ci faccia bene e il senso di fallimento. Annaspo nella fatica di una posizione intermedia. Hai ragione, non so stare nel mezzo. Voglio solo duri il meno possibile, qualsiasi cosa accada. Voglio solo stare nel mezzo il meno possibile. Questo è il timore della mia vita. Stare nel mezzo. L’aria è piena di polline, polline aguzzo contro i miei occhi doloranti. La notte è piena di ricordi e di speranze, il giorno è pieno di ricordi e di timori. Sono un pendolo in modo perpetuo, non c’è gravità, non ci sono interferenze, non ci sono attriti. Ho chiuso gli occhi l’altra notte e immaginato la possibilità della mia vita in solitudine. Mi sono sentita un po’ più adulta. Ma quando mi hai detto che vuoi fermarti, mi sono sentita un po’ più sola.