Guidare.

Uscita dal lavoro salgo in macchina e guido. Guido verso casa, su strade spesso deserte, buie e desolate. Il granturco è alto, forma muri ai lati dell’asfalto, non me ne sento limitata. Mi sembra una strada cresciuta apposta per me, non devo fare altro che percorrerla, con sopra un cielo intarsiato di stelle.

Tu sei in tutte le cose, in quel ristorante dove ora lavoro, dove siamo usciti per la prima volta. Nelle colline fresce e silenziose che lentamente divengo Alpi blu e maestose. Nelle luci soffuse in lontananza, nella brezza estiva, nelle lucciole tra i fili d’erba, sul bordo della strada. Lo sento dolce, tutto questo. Sorrido, lievemente nostalgica. Alle volte è pungente e, in qualche parte di me, quando l’ago entra escono lacrime lente e bollenti che mi lasciano ancora vedere la strada.

Sembra fuori dal mondo che sia tutto finito e la mia mente continua a selezionare momenti incredibili, per ogni categoria umanamente vivibile, come se volesse essere sicura di non perderli. Non si perderanno, non si perderanno mai. Ancora non riesco a concepirne di nuovi che possano avere la stessa ricchezza.

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Primavera.

Mi fa male il cuore nel petto, se ne sta lì pesante e opprimente. Alle volte mi dimentico, la maggior parte delle volte la vita preme dall’interno. Sembra finalmente primavera, al ristorante hanno messo il dehor. Quel ristorante, il nostro ristorante. Quando uscivamo ci aspettavano le montagne, le luci sfocate e l’aria fresca della collina. Ogni sera ci passo attraverso, sembra un torrente di ricordi, solo dolci ma alle volte gelati, come l’acqua di montagna. Oscillo tra la tranquillità che questa pausa ci faccia bene e il senso di fallimento. Annaspo nella fatica di una posizione intermedia. Hai ragione, non so stare nel mezzo. Voglio solo duri il meno possibile, qualsiasi cosa accada. Voglio solo stare nel mezzo il meno possibile. Questo è il timore della mia vita. Stare nel mezzo. L’aria è piena di polline, polline aguzzo contro i miei occhi doloranti. La notte è piena di ricordi e di speranze, il giorno è pieno di ricordi e di timori. Sono un pendolo in modo perpetuo, non c’è gravità, non ci sono interferenze, non ci sono attriti. Ho chiuso gli occhi l’altra notte e immaginato la possibilità della mia vita in solitudine. Mi sono sentita un po’ più adulta. Ma quando mi hai detto che vuoi fermarti, mi sono sentita un po’ più sola.

L’inizio di una notte.

L’inizio di una notte a pensare, il silenzio intorno, la neve fin quasi in pianura, un vento gelido, le mani e i piedi gelati. Mi sono addormentata nel pomeriggio, sotto una coperta di lana, sognando di bambini caduti dal balcone. Quando mi sono svegliata, antipatica e ubriaca, mi sono accorta che il mio cervello non faceva che ritrasmettere le notizie del telegiornare. L’acidità mi è salita addosso e non è svanita neanche con due fette di torta. Il cinismo mi ha infangata e non c’è niente che lo lavi stasera. Perchè deve essere tutto così difficile? Perchè è così folle cambiare strada? Perchè sembra così impossibile pagarsi un’università lunga e faticosa? Per non parlare poi ti come ti guardano in faccia le persone, che non sanno se prenderti sul serio o riderti in faccia. Perchè non si può cambiare strada e avere del supporto, perchè non si può avere una borsa di studio? Non ho mai avuto una borsa di studio, non ho mai gravato sullo stato nè su nessun altro se non sulla mia stessa famiglia. Perchè non posso riprovarci? Perchè non mi viene data una seconda opportunità? Io me la sono data e cazzo, quanta fatica. Cinque anni di fatica e di sensi di colpa per quella che poteva essere una scelta iniziale giusta. Una scelta sempre percepita come one shot. Ma non è one shot. Io sono qui e la mia prima scelta non è stata sbagliata, mi ha fatto capire quello che voglio essere davvero. Perchè deve essere tutto così frustrante? Perchè lei si è innamorata? Perchè tu ti sei innamorato? Perchè io sono qua in mezzo a questa tempesta. E sì, ce la metto tutta, ma sarò esaurita mentalmente e fisicamente e allora darò il meglio? Perchè per una volta, nella mia vita, voglio fare qualcosa per me e dare il meglio e stare bene, con le persone che amo. Altrimenti non ho nessuna speranza. Altrimenti, se non ci sarà nessuno a sostenermi, non so se ce la farò. Forse ce la farò lo stesso. Forse anche bene. Ma che senso avrà festeggiare?

Forse questa notte dovrei solo spegnere tutto, stare sotto questa coperta di lana, aspettare che il freddo passi. Aspettare che il sole sorga. Andare a correre e sentire solo che sono viva.

 

Nuvole bianche.

Le nuvole bianche prendono la luce della luna, una luna sospesa in mezzo a un cielo notturno terso, con qualche stessa limpida a farle compagnia. Ha piovuto, l’aria di primavera è fresca e tiepida, le montagne si stagliano maestose a mezzanotte, poco più chiare del cielo. L’universo si rispecchia nella neve rimasta, insieme a questo cielo splendido. Le colline sono buie e scure, ma non c’è tenebra. Le luci delle case sono accoglienti e quasi sorridono. Torno a casa, guido per strade deserte, la casa è deserta, il mio letto è deserto. Mi scivola dentro una gioia quasi liquida che si sporge di un poco sulla soglia degli occhi. Ho deciso che dopo la fine della mia magistrale mi iscriverò a medicina. La libertà, la possibilità mi rende felice. Sembra ovvio, sembrava ovvio a tutti. Non a me. Non mi sembrava di avere questa possibilità, mi sembrava di averla bruciata con questo corso di laurea, che mi ha dato molto, che ho amato. Ma avevo questo nodo fermo sullo stomaco ed essermi data anche solo la possibilità di provare mi ha liberata. Sarà così faticoso. Ma non è importante. Ce la farò. Io, per me stessa. É bello darsi infinite possibilità.

Fuoco.

Seduta nell’orto, guardo il fuoco che brucia. Abbiamo rinfrescato il pino e bruciato nell’orto i suoi rami secchi. Dalla strada persone mi guardano, alcuni rallentano e incuriositi sbirciano dal finestrino. Io sono fuori dal mondo. Guardo la vita della brace e le sottili spirali di fumo che si alzano, si abbracciano, si stringono al vento. Me ne starei qui per ore, solo a guardare il fuoco, mentre la sera si inoltra sempre più e il calore mi stringe il viso. Penso a moltissime cose, forse a nulla. La mente sembra una finestra aperta sul calore. E vedo tutto quello che vorrei fare, vedo la lettera d’amore che ti ho appena scritto e gli errori del passato sui quali non mi vorrei più fermare.

Manchi.

In queste giornate di primavera manchi moltissimo. Sono le stesse in cui nasceva il nostro amore e non mi ero mai accorta quanto fossero legate a te. Ora sei lontano e non oso scriverti quanto mi manchi in questa giornata limpida e luminosa, con i narcisi e le primule a incorniciare il ruscello, gli alberi in fiore e le montagne innevate. Starei bene abbracciata a te, distesi su un prato, sotto il sole. Non mi oso scriverti, ho paura di farti sentire troppo la mancanza che provo e farti stare male per la tua scelta. Ti aspetto. Sono qui, ti vorrei qui. Al contempo ho paura, paura che quando tornerai io non sarò cresciuta abbastanza da lasciarmi indietro gli strascichi arcaici. Spero di riuscirci con tutta me stessa perchè ti voglio.

Ho trovato nelle mail alcuni vecchi messaggi, del periodo in cui non stavamo insieme. Non voglio più ci succeda, voglio solo noi due.