Sedici.

Il cielo è ancora indeciso, non sa se far nevicare o meno. Mi sento rifiutata e cnompresa, con un sottofondo di consapevolezza e accettazione di cosa sono. Domani torno a casa e ai doveri, forse con qualcosa di diverso dentro. Un grande silenzio di attesa per qualcosa che verrà. I cancelli rimangono silenziosi, le strade vuote, non c’è nessuna intraprendenza verso di me. Dovrò essere vissuta in solitudine? Sono agitata per la partenza.

Diciassette.

Il cappotto e il cappello nella cassetta di plastica. Il cameriere che ti gira intorno e ti guarda, sorridendo compiaciuto mentre si allontana. Il tavolo centrale e il vuoto intorno. Il caffè caldo e confortante. Le nubi attraversate. L’attesa. I biglietti. L’aspirina. La libreria con le luci spente. La pioggia leggera sui vetri dell’autobus. Un programma radiofonico caldo, le canzoni scelte sul tema “hidden” sono tutte canzoni d’amore. La lucentezza delle strade della città. La nebbia ad altezza d’uomo. I banchi del mercato vuoti a mezzanotte. La corsa di due bici con il semaforo rosso. I vestiti scomodi. La notte sorda e priva di coscienza.

Ricorderò.

Ricorderò per sempre quello sguardo. La luce che confonde i contorni e amplifica il centro. Il tramonto gelido, il vento che sospinge, quel sorriso sembrava quasi una promessa. Ho il timore sia solo mia speranza, un brivido si appoggia alle mie spalle a questo pensiero. Pur sempre dolce. La condivisione tacita. Il silenzio denso e apprezzato.