La sospensione.

La sospensione non è il mio punto forte. Forse sono priva di capacità negativa. Forse è la mia insicurezza a farsi sentire indefinita tra due posizioni. Non ho tempo e il tempo che ho lo lascio andare, ondeggia in un turbinio di sogni interrotti, fastidiosi come il ronzare di una zanzara. La notte mi rigiro nel letto infinite volte, il lenzuolo è una rete sottile, sono un pesce impigliato che tenta finchè a forza, non ha concezione del tempo e ogni sforzo è infinito. Ogni sforzo persiste finchè c’è ossigeno. Non so più scrivere, non so più fare molto. Persisto ad esistere, fare ciò che devo fare, come lo devo fare. Lavoro ad una tesi che sto odiando, perchè in alcun modo non parla di me. Rimane solo un obbligo accademico, che porto avanti con la mia solita perseveranza e con il mio solito senso del dovere. Senso del dovere. Quante volte ne sono stata sommersa, facendo più del dovuto, facendo il lavoro di altri, faticando per altri, per poi vedere riconosciuta solo la mia parte. L’egoismo non mi appartiene e, anche quando lo esigo, mi sento quasi in colpa. Devo andare avanti. In questo momento sento solo fatica. La notte, quando le nuvole non si vedono più, si sente ancora la pioggia, le nuvole tornano nei miei ricordi, la fatica persiste. Domani è un altro giorno che non sarà per me. Domani è un altro giorno in cui lavorare, in cui studiare e siglare protocolli. Le ore sono slides riassunte, capitoli terminati, pizze portate al tavolo, caffè, piatti lavati, sedie alzate sul tavolo, pavimenti lavati, sei o sette ore di sonno, appunti e penne consumate. In tutto questo c’è qualche spiraglio di luce, ogni tanto, fasci obliqui che scendono tra le nuvole, fendenole come lame di luce. In tutto questo ogni tanto mi riscopro donna, riscopro un corpo, riscopro una mente affamata. Anche se spesso mi sento sola. Forse è il giusto passo, riscoprirsi da soli per poi potersi condividere.

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