Primavera.

Mi fa male il cuore nel petto, se ne sta lì pesante e opprimente. Alle volte mi dimentico, la maggior parte delle volte la vita preme dall’interno. Sembra finalmente primavera, al ristorante hanno messo il dehor. Quel ristorante, il nostro ristorante. Quando uscivamo ci aspettavano le montagne, le luci sfocate e l’aria fresca della collina. Ogni sera ci passo attraverso, sembra un torrente di ricordi, solo dolci ma alle volte gelati, come l’acqua di montagna. Oscillo tra la tranquillità che questa pausa ci faccia bene e il senso di fallimento. Annaspo nella fatica di una posizione intermedia. Hai ragione, non so stare nel mezzo. Voglio solo duri il meno possibile, qualsiasi cosa accada. Voglio solo stare nel mezzo il meno possibile. Questo è il timore della mia vita. Stare nel mezzo. L’aria è piena di polline, polline aguzzo contro i miei occhi doloranti. La notte è piena di ricordi e di speranze, il giorno è pieno di ricordi e di timori. Sono un pendolo in modo perpetuo, non c’è gravità, non ci sono interferenze, non ci sono attriti. Ho chiuso gli occhi l’altra notte e immaginato la possibilità della mia vita in solitudine. Mi sono sentita un po’ più adulta. Ma quando mi hai detto che vuoi fermarti, mi sono sentita un po’ più sola.

Un passo alla volta.

Mi permetto di consigliare una piccola pagina facebook, un’organizzazione che sta nascendo dall’amore di una persona per la sua terra, per il mondo e la natura.

Dall’amore e dalla scoperta di se stessi che nasce dal camminare, dallo scoprire a passo lento e estremamente umano, luoghi, persone, cibo, vino, prospettive nuove.

Date un’occhiata e, se passerete in Piemonte, anche una camminata!

Un passo alla volta

Incubi.

Lascio che il sonno porti via gli incubi della nottata prima e della giornata, così come il vento sta portando via le nubi dal cielo. Incubi che sono diventati sempre più pensanti, accompagnandomi in ogni momento, lasciandomi con il fiato corto, incubi i cui portagonisti mi pareva di scorgerli agli angoli delle strade, quasi mi sorridevano, si beffavano di me e gli sconosciuti sul tram prendevano questa o quella caratteristica, i capelli scuri, gli occhi azzurri, il sorriso potente.

Sono arrivata in ospedale in ritardo e io odio arrivare in ritardo. Speravo di potermi nascondere, speravo in un’entrata secondaria, un’aula vasta, tante sedie vuote. Sono piombata nel mezzo del tavolo da congresso e le sedie erano finite e tutti mi guardavano e si sono alzati per farmi posto e darmi una sedie e i vestiti addosso mi stavano così comodi e quel piccolo lembo di pelle tra la gonna e gli stivali sembrava immenso e mi sentivo quasi in mutande. E quella sedia era lì davanti a tutti. Dovevo respirare e respirare. Ma eravamo in ospedale, i medici con i loro camici, eravamo là e pian piano mi sono rilassata, il mio sentire si è sentito a casa.

Fuori il sole era alto all’uscita, qualche paziente con la mascherina girava per il parco, qualcuno fumava una sigaretta. Gli incubi mi hanno serrato la testa, una falange oplitica l’ha circondata. Il tram era affollato e faceva caldo. Io mi sentivo sola. Era meglio in ospedale, anche solo stare seduta su un corridoio, guardare i medici chiacchierare davanti alla macchina del caffè, il codice a barre sul taschino del camice, gli studenti di medicina con i camici stropicciati e sgangherati, le converse e i jeans, le infermiere con i loro contenitori trasparenti, il passo strascicato. Era meglio stare lì, non ci sono incubi lì. Perchè ci ho messo tanto a capirlo.

Tornata a casa mi sono rifugiata nel mio pigiama e la sera sono andata in pizzeria. Mi sono vestita di bianco, il cappellino in testa, ho preparato gli ingredienti per le pizze, mi sono racchiusa nel caldo del forno. All’uscita il vento spazzava il cielo e le Alpi, gli alberi quasi mi abbracciavano mentre passavo sotto, le montagne si vedevano traslucide nella notte limpida. Sono sola..

 

L’inizio di una notte.

L’inizio di una notte a pensare, il silenzio intorno, la neve fin quasi in pianura, un vento gelido, le mani e i piedi gelati. Mi sono addormentata nel pomeriggio, sotto una coperta di lana, sognando di bambini caduti dal balcone. Quando mi sono svegliata, antipatica e ubriaca, mi sono accorta che il mio cervello non faceva che ritrasmettere le notizie del telegiornare. L’acidità mi è salita addosso e non è svanita neanche con due fette di torta. Il cinismo mi ha infangata e non c’è niente che lo lavi stasera. Perchè deve essere tutto così difficile? Perchè è così folle cambiare strada? Perchè sembra così impossibile pagarsi un’università lunga e faticosa? Per non parlare poi ti come ti guardano in faccia le persone, che non sanno se prenderti sul serio o riderti in faccia. Perchè non si può cambiare strada e avere del supporto, perchè non si può avere una borsa di studio? Non ho mai avuto una borsa di studio, non ho mai gravato sullo stato nè su nessun altro se non sulla mia stessa famiglia. Perchè non posso riprovarci? Perchè non mi viene data una seconda opportunità? Io me la sono data e cazzo, quanta fatica. Cinque anni di fatica e di sensi di colpa per quella che poteva essere una scelta iniziale giusta. Una scelta sempre percepita come one shot. Ma non è one shot. Io sono qui e la mia prima scelta non è stata sbagliata, mi ha fatto capire quello che voglio essere davvero. Perchè deve essere tutto così frustrante? Perchè lei si è innamorata? Perchè tu ti sei innamorato? Perchè io sono qua in mezzo a questa tempesta. E sì, ce la metto tutta, ma sarò esaurita mentalmente e fisicamente e allora darò il meglio? Perchè per una volta, nella mia vita, voglio fare qualcosa per me e dare il meglio e stare bene, con le persone che amo. Altrimenti non ho nessuna speranza. Altrimenti, se non ci sarà nessuno a sostenermi, non so se ce la farò. Forse ce la farò lo stesso. Forse anche bene. Ma che senso avrà festeggiare?

Forse questa notte dovrei solo spegnere tutto, stare sotto questa coperta di lana, aspettare che il freddo passi. Aspettare che il sole sorga. Andare a correre e sentire solo che sono viva.