Fuoco.

Seduta nell’orto, guardo il fuoco che brucia. Abbiamo rinfrescato il pino e bruciato nell’orto i suoi rami secchi. Dalla strada persone mi guardano, alcuni rallentano e incuriositi sbirciano dal finestrino. Io sono fuori dal mondo. Guardo la vita della brace e le sottili spirali di fumo che si alzano, si abbracciano, si stringono al vento. Me ne starei qui per ore, solo a guardare il fuoco, mentre la sera si inoltra sempre più e il calore mi stringe il viso. Penso a moltissime cose, forse a nulla. La mente sembra una finestra aperta sul calore. E vedo tutto quello che vorrei fare, vedo la lettera d’amore che ti ho appena scritto e gli errori del passato sui quali non mi vorrei più fermare.

Manchi.

In queste giornate di primavera manchi moltissimo. Sono le stesse in cui nasceva il nostro amore e non mi ero mai accorta quanto fossero legate a te. Ora sei lontano e non oso scriverti quanto mi manchi in questa giornata limpida e luminosa, con i narcisi e le primule a incorniciare il ruscello, gli alberi in fiore e le montagne innevate. Starei bene abbracciata a te, distesi su un prato, sotto il sole. Non mi oso scriverti, ho paura di farti sentire troppo la mancanza che provo e farti stare male per la tua scelta. Ti aspetto. Sono qui, ti vorrei qui. Al contempo ho paura, paura che quando tornerai io non sarò cresciuta abbastanza da lasciarmi indietro gli strascichi arcaici. Spero di riuscirci con tutta me stessa perchè ti voglio.

Ho trovato nelle mail alcuni vecchi messaggi, del periodo in cui non stavamo insieme. Non voglio più ci succeda, voglio solo noi due.

Domenica notte.

Ho appena finito il mio caffèlatte, il confort food dell’ultimo momento. Ho le mani secche, tagli e scottature. Stasera ho imparato a cucinare alcuni piatti del menù del ristorante dove lavoro. Sono stata sola, in cucina, per moltissimo tempo, sono stata bene. Tornando a casa le strade sono deserte, l’aria limpida come solo in primavera sa essere, nello specchietto retrovisore vedo il duomo illuminato, le colline con piccole luci ballerine. Vedo Torino, bellissima, in lontananza. C’è la solita musica in radio, ogni tanto mi pervade un moto di malinconia e non so dove metterla. Oggi sono quattro anni. Forse avrei voluto andarci insieme a questo ristorante, lo stesso dove siamo andati la prima volta. La prima volta che qualcuno è venuto a prendermi.

Invece sono tornata a casa, sola, in un mondo di strade vuote. Io ci viaggio nel mezzo. Vorrei solo poter dormire. Ma non ho sonno. Non so neppure perchè sto scrivendo, per scrivere, per dare un posto a quella malinconia. Quest’aria è così romantica, ma non sono fuori a godermela.

Nessuno saprà.

Un ragazzone mi sta seguendo. Ero nel parco, al sole. Attraversando la strada sento che mi cammina dietro. Non mi agito. Cammino sul marciapiede. Mi sposto qua e là, fingendo di non essermi accorta. Si sposta anche lui. C’è un signore col cappotto beige, il basco e il bastone in fondo alla strada. Dopo c’è il dipartimento di neuroscienze. Cammino normalmente, anche se sono agitata. Mancano dieci passi. Scivolo dentro, faccio le scale, qualcuno mi tiene la porta aperta.

Ogni tanto mi capita di guardare il profilo LinkedIn dei miei colleghi di università. Vedo le loro esperienze, i master, l’Erasmus, le conferenze e i seminari. Mi chiedo come hanno fatto a pagare tutto. Penso a quando saremo davanti a una commissione e parlerà solo il curriculum. Saremo niente altro che parole scritte su un foglio. E le loro parole urlano Harvard Summer School, Master, Tirocinio all’esterno. Lì davanti nessuno saprà che mentre loro si alzavano alle 7 e mezza per arrivare a lezione alle otto in ritardo, la mia sveglia suonava alle 5 e 50. Nessuno saprà che tutti i portinai mi odiavano perchè la mia presenza li costringeva ad aprire i cancelli prima di quanto avrebbero fatto, perchè probabilmente interrompevo la loro colazione o le loro puntate televisive registrate. Nessuno saprà che ho fatto la baby sitter per otto ore al giorno e la bimba ha iniziato a chiamarmi mamma, i quattro kilometri al giorno fatti per farla addormentare, solo per pagare i libri. Nessuno saprà delle estati passate a smistare fatture e calcolare iva, dei mille vestiti stirati, i mille letti rifatti, i giocattoli ritirati. Nessuno saprà le estati passate nella periferia becera, con i marciapiedi per andare in ufficio pieni di preservativi usati. Nessuno sapra i ritorni a casa alle nove e la sveglia alle 5 e 30, la sensazione di intorpidimento dopo essersi addomentati per l’ennesima volta sull’autobus, da sola, vicino a qualcuno, appoggiata al finestrino. Nessuno saprà dei libri venduti per poterne comprare altri per il prossimo esame. I libri del liceo, il dizionario di greco e quello di latino. Nessuno saprà di tutti i week end passati in pizzeria, della stanchezza salendo in macchina la sera alle due, sapendo che alle otto ci sarà lezione. Nessuno saprà del mal di schiena, della stanchezza, del sudore, del bagno in tarda notte, dei capelli asciugati in cucina per non fare rumore e la lavastoviglie caricata alle 3 di notte. Nessuno saprà dei mille mestieri imparati, con gratitudine e anche passione. Nessuno saprà che probabilmente non potrò pagarmi la scuola di psicoterapia.

I miei genitori hanno faticato per farci seguire un sogno, per farci fare quello che vogliamo. Sono giovani e lottatori, hanno dolori ovunque e alle volte non li vedo per giorni. Ma dubito di poter seguire il mio sogno. Dubito di potermelo permettere, nonostante la fatica.

Lì, davanti a una commissione, ci saranno parole che urlano e altre che stanno il silenzio. Io non so urlare e le mie parole dicono il minimo indispensabile, nulla di più. E continuerò a fare la cameriera, magari imparerò a fare la pizza.

 

Tre minuti.

Sono in aula, nel seminterrato. Le finestre danno sulla strada, si vedono studenti fumare, qualche amico passare veloce, più in là passanti casuali. C’è silenzio assoluto, stiamo facendo una prova pratica. Guardo in su, mi distraggo un attimo. La vedo arrivare. Sento il mio cuore che rallenta, forse stava già rallentando prima, prima che lei arrivasse, forse lo sapeva già il cuore rivelatore, se lo sentiva, ma se ne stava in silenzio, sperando di sbagliarsi. Lei cammina sicura, come se la strada fosse sua e anche il cielo di primavera gelido e azzurrino, la luce chiara che allarga i suoi occhi azzurri bellissimi, il freddo che entra nei suoi capelli scuri, con quella treccia a fare da corona. La vedo camminare allo stesso ritmo del mio cuore, per quei dieci metri fino alle scale sopra le quali sparisce ci vogliono tre minuti. Tre minuti dentro di me in cui tutto sembra giustificabile, ogni amore verso di lei sembra comprensibile, ogni parola apprezzabile, ogni sorriso diafano e divino, come quella camminata lenta e sicura e calibrata. Tre minuti nei quali mi allargo ovunque e le insicurezze che ho si arrampicano come formiche su di un corpo inerme. Grosso e inerme. Ogni grammo, ogni kilo del mio corpo si soppesa in quel tempo, la forza di gravità aumenta per quella sedia che contiene il mio corpo. Lei sparisce. I miei occhi smettono di urlare. Il mio corpo è lì, nessuno si è accorto di niente. Sono rossa. Sono rossa? Nessuno mi guarda, sento che ho caldo, caldo da impazzire al viso e forse ho gli occhi lucidi e forse si vede il sangue che mi è rimasto in faccia. Sono seduta in silenzio e immobile. Solo i miei occhi si muovono. Torno alla prova. Torno senza giudizio. Per gli altri sempre. Per me mai.

Ritorno a casa.

Per quanto affollato, l’aeroporto sembra sempre deserto. Ci sono spazi immensi e immensi silenzi, le persone sono formiche in fila, portano i loro fardelli da qualche parte. Ci abbracciamo frettolosamente, mi dai un bacio nell’angolo della bocca, di quelli forse desiderati moltissimo ma frenati dalle circostanze, dalle persone che guardano. Trabocco di gioia per la tua esperienza, i bordi del vaso sono sottili timori ma trattengono in una superficie compatta le mie emozioni. Usciamo disinvolte, io e mia sorella, mentre mi sembra di sentirti sospeso, in attesa di dirmi qualcosa. Ma lo so, non lo devi dire, lo sento. L’autostrada è un groviglio di luci. Per me è una delle cose più familiari del mondo. Il suono dell’asfalto sotto gli penumatici veloci, Dio, quel suono è casa. È già notte, il tramonto passava mentre ancora camminavamo insieme in aeroporto. Ci siamo noi e un groviglio di luci, fari rossi, qualche voltante blu. Mi scopro disinvolta, come se guidassi da una vita. Lascio indietro città e paesi e stelle, colline illuminate. La strada ha legato quello che la personalità ha cresciuto, anno dopo anno. Per guidare non devo pensare, sono attenta, tutto funziona in automatico, quei kilometri percorsi ogni anno mi sono entrati dentro, mappa invisibile di un’esistenza crescente. Quando entro nel mio letto stai volando da due ore, chissà sopra quale incredibile posto sei. Il cioccolato che mi hai portato luccica sulla libreria. Ti lascerò l’ultimo quadratino, sarà lì ad aspettarti.