Obblighi.

Mi sento obbligata a scrivere. Cerco di resistere, non voglio scivere casualità perchè mi sento pressata dal mio senso di inadeguatezza e dal bisogno di fare le cose in un certo modo. Sono stata brava fino ad ora a resistere, ad aspettare di scrivere perchè mi va e non perchè devo. Nulla si deve, è sempre una questione di scelta, anche nelle cose che sembrano stupide.

La vita ci rimanda tante immagini di noi, le persone anche. Il peggio è non sentirsi riconosciuti da tali immagini, anche nelle relazioni più intime e profonde. Le più importanti. Con te. Tu non ti senti riconosciuto, io non mi sento riconosciuta. E dopo quattro anni di relazione vogliamo ancora stare insieme, riconoscendoci finalmente per quello che siamo. Non è facile, non sarà facile. Anche perchè molte cose sono nel circolo dell’abitudine, bisogna eradicarle con gentilezza e piantale in un terreno in cui non diano fastidio a nessuno. Per piantare in un altro terreno bisogna allontanarsi. A me l’allontanamento fa paura.Io ho paura. Per me stessa, per gli altri. E da quando la mia autostima è legata al mio peso ancora di più. Mi vedo così grossa rispetto a tutte le altre donne, così ingombrante e così occupante spazio. Moltissimo spazio. Il mondo non mi manda questa immagine, ma ho delle lenti balorde.

Sto facendo una prova per cameriera, il sabato e la domenica sera. Ieri sera la strada era piena di ghiaccio e di neve, non si vedeva nulla. Sarebbe stato bello perdersi e non pensare. Abbandonare le inadeguatezze, le distorsioni, i timori, le paure sorte e quelle assordanti, svanire nella notte piena di neve.

Ci sono spettri in città.

Tutti si alzano di fianco a me. Le sedie si spostano rumorose, c’è un cicaleccio di studenti felici di poter uscire. Tengo la testa abbassata, non voglio mi guardino, non voglio mi vedano. Esco velocemente. L’aria fresca della sera ricaccia in dentro il rossore delle gote e spegne quel sangue che si ostinava a bruciare sul fondo del viso. C’è quel tempo primaverile che amo, il cielo sereno, le stelle luminose, le luci che sembrano danzare un lento nel freddo tiepido. La città è luminosa, ci sono turisti ovunque. Cammino come uno spettro, apatica, i miei piedi scivolano, passo costante, senza cognizione, automatico e calcolato. Mi faccio guidare dalla routine, non posso pensare. I miei occhi si aggrappano ad ogni luce, nella speranza di non affondare nelle lacrime. Sono grata alle sirene di un’auto della polizia che mi salvano ad un incrocio affollato. Scivolo sulle vetrine, scivolo sui marciapiedi, la testa vuota per quanto è piena, il viso apatico per quanto patisce. Due bei ragazzi mi guardano. Anche loro scivolano sulla mia retina. Un bel ragazzo mi sorride mentre scendo le scale della metropolitana. Anche lui scivola. Alla fermata dell’autobus rimango solo io, ad attendere un’ora. Tutto rallenta e si dilunga, la serata tiepida mi si rannicchia tra le costole ed è scomoda. Penso a tutto e a niente. Voglio pensare. Non voglio pensare. Pensare mi urta. Sarà come quand’ero bambina, quando crescere faceva male. Faceva male alle ginocchia quando salivo le scale. Faceva male saltare. Faceva male sulla schiena quando la pelle si strappava perchè non cresceva allo stesso ritmo delle ossa. Adesso la mente non cresce allo stesso ritmo del cuore. Si rompe qualcosa nel mezzo. Alla fine guarisce e non rimangono che tre cicatrici che si nascondono tra una vertebra e l’altra. Scendo dall’autobus e corro fino a casa, con gli stivali e la borsa e la gonna e tutto il resto. il cielo è blu e la luna è quasi piena.

Piazza San Carlo.

Piazza San Carlo è lucida ed elegante. Sotto i portici un musicista suona il sassofono avvolto in una coperta. Le luci al neon di un albergo mi trasportano lontano, un’America in fiore. Presto ritorno sui miei passi. Piove, sono sola in mezzo alla piazza. Cammino ritmicamente, i miei tacchi risuonano sulle pietre di specchio, la mia cappa ondeggia, avvolgendo il mio corpo, le gambe scivolano l’una sull’altra. Sotto i portici tutti si stringono nelle loro sciarpe. Non ho freddo e, sotto la pioggia fitta, continuo a camminare.

La solitudine dell’esistenza.

Nasci in un mondo sociale. Nasci da una storia, dalla storia di due persone che più o meno consapevolemente ti pensano prima che tu esista. Alle volte molto prima, può essere un’intera vita che ti immaginano. Può essere che non ti abbiamo mai immaginato. Da subito qualche mente ti plasma con il suo corpo, con i suoi pensieri, con le sue emozioni, che si creano e modificano innumerevoli volte e scorrono dentro di te come materia organica, ormoni, neurotrasmettitori, sostanze nutritive. Scopri il mondo al di fuori dell’utero accogliente e capiti nelle braccia di qualcuno, tra sorrisi, lacrime, calore o freddezza. La tua esistenza non sarebbe possibile senza le altre persone. Funziona così, non è una scelta, non è un bene, non è un male, è la nostra natura, frutto dell’evoluzione della specie, non evolve, non involve. Impari a sorridere, impari a parlare, impari tutta la gamma di emozioni, impari a fidarti, ad appoggiarti, a ritirarti, a esporti. Gli altri hanno sempre un ruolo, le loro espressioni, le loro parole, le loro gestualità, tutto ti arriva e senza che tu possa farci niente la tua mente costruisce e interpreta e si fida e diffida. Ed è tutto bellissimo e anche dannatamente doloroso.

Arriva un momento, prima o poi. Un momento in cui tutte quelle persone che hanno così intimamente influenzato la tua esistenza rimangono fuori di te. Un momento in cui sei da solo, con la tua coscienza integrata -se va bene- e sì, ci sono anche quelle persone, le tue reazioni a quelle persone, i tuoi dolori, i tuoi meccanismi più profondi. Un momento in cui, nonostante le più luminose speranze, capisci che nessuno può riportarti a casa. Tutte quelle persone che ti hanno in qualche modo reso possibile per quello che sei – sì sì, insieme a mille altri fattori- non lo possono fare. Non sanno dove sia la tua casa. Forse neanche tu lo sai. La porta è spalancata, il vento soffia fra le tende chiare e leggere. Hai lasciato la porta aperta, c’è corrente. Qualcuno ti deve riportare a casa. Non c’è altro pensiero nella tua testa, lo ripeti costantemente e ostinatamente, solo per silenziare la consapevolezza che nessuno può farlo. Tutto si ferma, prima o poi. Capisci di esserti perso, prima o poi. Ma, dopotutto, non puoi essere andato così lontano.

Sospesa.

Sospesa mi ritrovo nel mio letto, la notte. Passano autobus sull’asfalto umido e le loro ruote di pensieri mi sobbalzano addosso. Il mio corpo racchiuso tra le coperte trema di un tremore esterno, dentro sono immobile, preda timorosa della gravità in una ragnatela troppo rada. Agli incroci dei fili pendono lucidi e scuri ricordi, testimoni di un destino non ancora deciso, forse invidiosi della mia mortalità. Ad ogni scossa il mio cuore si contrae, oscilla nel dubbio: un altro autobus notturno, il tessitore della tela?

Ispirazione.

Presumo l’ispirazione sia come un pozzo. E il pozzo apre sulla mente. Il pozzo ha i suoi ritmi, segue la terra, le falde acquifere, segue un ritmo più vasto e universale. Noi non facciamo altro che guardare attorno a quel cerchio di pietra, guardiamo giù, nella speranza di vedere l’acqua scura e lucida ondeggiare sotto il nostro sguardo. Mentre guardiamo siamo ciechi e sono due le alternative che si presentano ai nostri occhi: il pozzo è pieno d’acqua oppure il pozzo si è seccato. Tutti preferiamo la prima alternativa e, nel caso si presentasse la seconda, non facciamo altro che sigillare quel pozzo con la nostra impotenza, andando a cercare altrove. O non scavando nessun altro pozzo. È quello che ho fatto anche io, stupidamente. Ho solo guardato se il pozzo fosse seccato. Mi sembrava fosse così. Ci ho buttato dentro una pietra, l’ho sentita cadere. Mi sono allontanata con la testa bassa e il pozzo non era altro che un cunicolo buio. Quando sono stata abbastanza lontana, ho capito che non poteva essere vuoto. Ho capito che era pieno di sguardi, di speranze, di movimenti sottili e invisibili. Non era più una questione dicotomica, era un pulsare comunque. Mi sono messa a correre e correndo mi sono affacciata. Il mio pozzo è qui, pieno del pulsare folle del mio cuore che risuona sulle pietre ricoperte di muschio verde ed intenso, sistemate nei loro cerchi imperfetti che contano il progredire della mia vita.